...ancora poche settimane e uscirà la mia nuova raccolta di poesie.
Sto ultimando le ultime correzioni.
In anteprima ecco due poesie del mio piccolo volume.
Altrove
Spesso nemmeno io
comprendo
quel senso di straniamento
che mi porto sempre dietro.
Quasi nulla mi appartenesse
Di questo mondo.
La felicità per me
È sempre nell’Altrove,
in un altro luogo,
in un altro tempo,
con altre persone.
E così mi sento
sempre un corpo estraneo.
L’oggetto fuori moda
in una casa moderna
o un grattacielo
in mezzo al Colosseo,
Mi sento la risata
dopo un funerale
e il pianto
dopo una barzelletta.
Intanto il tempo scivola
dove non potrà più tornare
e la mia anima emigrante
non sa più dove stare.
Il sollievo
Sei l'acqua che spegne l'incendio
la ruota che muove il carro,
l'ancora di una nave
e insieme il suo timone.
In te scopro la libertà del vento
e il filo che non fa perdere l'aquilone
Sei finalmente Poesia
la Mia...
Ho scritto alcune di queste poesie ascoltando musica di ogni tipo, ma in particolare, negli ultimi mesi, una canzone a cui sono molto legata.
Eccola.
domenica 26 settembre 2010
mercoledì 15 settembre 2010
Io e il mio "Franchino"

Lunedì 13 settembre la Fondazione Milan ha portato in esposizione nella Galleria di Via Chiapponi a Piacenza tutti i cimeli provenienti dalla mitologica Via Turati, la strada di culto per noi tifosi milanisti.
Nel pomeriggio si è tenuta a San Rocco al Porto (paese in provincia di Lodi ma a tre o quattro chilometri da Piacenza, appena al di là del ponte) una partita tra le Glorie del Milan ( tra cui il Capitano, Massaro, Vierchowod, Eranio, Carbone, Di Canio, ecc) e una formazione di Formec Biffi, l'azienda sponsor dell'evento.
MA TUTTO QUESTO PER ME E' ININFLUENTE: C'ERA LUI, IL "MIO FRANCHINO", IL MIO CAPITANO.
La storia è lunghissima, come ormai la mia vita.
I protagonisti sono tre: una bambina, suo papà ex calciatore di belle speranze bloccato da un infortunio al ginocchio e da un padre che voleva che diventasse un impiegato, il suo adorato zio scapolo che riempiva una vita vuota da moglie e figli con sua nipote e con il Milan.
Tutti e tre avevano un idolo in comune, Franco Baresi.
Il papà l'aveva "scoperto" seguendolo addirittura quando giocava nelle giovanili.
La bambina lo conosceva fin dallo scudetto del 1979 e scriveva di lui nei temi.
Poi quando si era ammalato di setticemia ed aveva rischiato di morire e quando il Milan era andato in serie B due volte -e lui era rimasto - l'aveva mitizzato.
"E'come Ettore" scriveva alla povera maestra che, probabilmente, leggeva perplessa.
Poi erano arrivati brutti momenti in famiglia, ma proprio brutti, e l'adolescente ex bambina, molto solitaria, si consolava leggendo la Gazzetta con le imprese di quello che era diventato il suo eroe.
Odiava Bearzot perché non l'aveva chiamato in nazionale. Gli preferiva giocatori di mezza tacca ( a suo avviso), come Tricella, Righetti... e lei li odiava ( poveretti, cosa fa il tifo...).
Poi il ritorno in nazionale dopo l'esilio, i successi, gli enormi successi con il Milan. Sempre con le braccia al cielo a sollevare tutte le coppe esistenti al mondo.
Baresi era lei. Il simbolo di una rimonta possibile, una rimonta nella vita.
E poi in casa c'erano problemi, come capita spesso nelle famiglie e lo sport, il Milan, diventava una lingua franca per dirsi che ci si voleva lo stesso, nonostante i problemi.
Così il regalo di un giornalino come Forza Milan con l'immagine del Capitano poteva essere un ramoscello d'ulivo. Una notte passata assieme a vedere una partita intercontinentale un modo per sentirsi vicini, un ricordo indelebile di un rapporto padre-figlia forte nonostante tutto.
Caro Franco, anzi il mio Franchino come sanno tutti i miei compagni di scuola juventini che mi prendevano in giro, tu sei stato tutto questo per me.
Grazie di avermi baciato, di esserti fatto fotografare con me per mezz'ora, a momenti, di aver completato il gagliardetto che il caro Zio Emilio mi aveva comprato e che aveva fatto firmare da tutti i grandi della tua squadra.
Mancavi solo tu, il mio idolo di tutti questi anni, il mio amore di bambina.
Scusate Giusynauti, non so se capirete. Per me è stato tanto tanto importante come non riesco nemmeno a spiegare.
Ciao Franz, ciao Ufo, ciao Capitano.
Grazie del regalo immenso.
lunedì 30 agosto 2010
Nuove poesie...
E' un periodo in cui sono un po' dispersiva e sto lavorando a tre progetti contemporanei di scrittura. Probabilmente dovrei concentrarmi su uno solo... ma io sono fatta così.
Ecco le ultime poesie che ho pubblicato su alcuni siti internet... e che riporto di seguito, inserite in una raccolta di prossima pubblicazione.
L'ordine naturale
Non so perché
Ma non amo
L’ordine naturale delle cose.
Il susseguirsi
perpetuo delle stagioni.
L’alternanza
Del giorno e della notte.
Le tappe delle vita:
il primo dente
a un anno,
la pubertà a dodici,
a trenta il matrimonio,
a sessanta la pensione.
Io voglio la confusione,
la deviazione,
la non ripetizione.
Potrei morire
Per una riedizione
Di un già vissuto,
Di un già voluto,
Di un già ascoltato.
Sfiancata
Da un vivere comune
Mi fermo sulla riva di un fiume
A sognare
Che vada controcorrente,
Che le foglie
Non cadano dai rami
Ma si alzino
Leggere in cielo,
Che a Natale
Si mangi la Colomba,
Che il fuoco
Spenga l’acqua
Che l’uomo
Morda il cane.
Ma tutto identico
E uguale ripete
Se stesso ogni giorno,
Solo inclinando la testa
Cambia il mio punto di vista,
Ma questo è troppo poco
Non basta
A tenermi qui calma
Non basta.
GCP
Mulier
Chi sei anima mia,
nascosta in questo corpo
di donna?
Ho sempre pensato
Che le mie idee
Non avessero sesso,
Ma non era vero.
Sul mio cuore c’è un seno
Rifugio di un bimbo,
Promessa d’amore.
Come un cuore raddoppiato,
Esposto agli occhi di tutti.
Eppure
è'questo il mio segreto.
Sono il ventre del mondo,
sono una casa,
rifugio perenne
di desideri smarriti
pronta risposta
di mute domande.
Avvolgo come un manto
Chi ha freddo
E riscaldo.
Chi cerca da sempre
Il calore e la vita.
Chi sei anima mia?
Se l’uomo è la guerra
Io sono la pace
Se l’uomo è la sete
Io sono la pioggia
Se l’uomo è la fame
Io sono il pane.
(GCP)
Ecco le ultime poesie che ho pubblicato su alcuni siti internet... e che riporto di seguito, inserite in una raccolta di prossima pubblicazione.
L'ordine naturale
Non so perché
Ma non amo
L’ordine naturale delle cose.
Il susseguirsi
perpetuo delle stagioni.
L’alternanza
Del giorno e della notte.
Le tappe delle vita:
il primo dente
a un anno,
la pubertà a dodici,
a trenta il matrimonio,
a sessanta la pensione.
Io voglio la confusione,
la deviazione,
la non ripetizione.
Potrei morire
Per una riedizione
Di un già vissuto,
Di un già voluto,
Di un già ascoltato.
Sfiancata
Da un vivere comune
Mi fermo sulla riva di un fiume
A sognare
Che vada controcorrente,
Che le foglie
Non cadano dai rami
Ma si alzino
Leggere in cielo,
Che a Natale
Si mangi la Colomba,
Che il fuoco
Spenga l’acqua
Che l’uomo
Morda il cane.
Ma tutto identico
E uguale ripete
Se stesso ogni giorno,
Solo inclinando la testa
Cambia il mio punto di vista,
Ma questo è troppo poco
Non basta
A tenermi qui calma
Non basta.
GCP
Mulier
Chi sei anima mia,
nascosta in questo corpo
di donna?
Ho sempre pensato
Che le mie idee
Non avessero sesso,
Ma non era vero.
Sul mio cuore c’è un seno
Rifugio di un bimbo,
Promessa d’amore.
Come un cuore raddoppiato,
Esposto agli occhi di tutti.
Eppure
è'questo il mio segreto.
Sono il ventre del mondo,
sono una casa,
rifugio perenne
di desideri smarriti
pronta risposta
di mute domande.
Avvolgo come un manto
Chi ha freddo
E riscaldo.
Chi cerca da sempre
Il calore e la vita.
Chi sei anima mia?
Se l’uomo è la guerra
Io sono la pace
Se l’uomo è la sete
Io sono la pioggia
Se l’uomo è la fame
Io sono il pane.
(GCP)
domenica 29 agosto 2010
Parole e numeri
Da qualche tempo su Facebook propongo ai miei "contatti" racconti che ho scritto tanto tempo fa, pubblicati sul quotidiano Libertà.
Per i miei "giusynauti" del blog vorrei fare lo stesso.
Sto pensando di raccoglierli in un libro.
Li sottopongo volentieri al giudizio di tutti gli amici che mi vengono a trovare qui.
Estate Libertà- I Racconti > Estate - I Racconti 2003
Parole e numeri
di Giusy Cafari Panico

Quella maledetta paura di scrivere.
Erano due anni che non scriveva. Non si sentiva più degna di farlo. Ogni volta che si accingeva a rendere concrete le idee che si affacciavano in lei, si fermava. Paralizzata.
Si rendeva conto che solo pensieri banali le galleggiavano in testa. Concetti omologati, parole standardizzate, come testi di un programma televisivo commerciale.
Sotto il galleggiamento, tuttavia, percepiva un ribollire continuo e incessante.
Cercava di pescare nel pozzo della sua interiorità quel mostro marino che la inquietava e nello stesso tempo la stimolava. Nulla. Pescava solo stracci e scarpe vecchie, già use e consunte, con grande insoddisfazione e irrequietezza.Da quando poi aveva ripreso il suo studio dei classici, ogni autore le si parava davanti con le sue invenzioni maestose, le sue trame sottili, le descrizioni accurate, mai scontate o noiose…La "Recherche" di Proust… quale dramma averla ripresa in mano dopo la faticosa e svogliata lettura della giovinezza… quei magnifici personaggi tratteggiati pian piano nel corso di un'opera mastodontica, sorpresi, come per caso, solo nelle loro attitudini più mondane, nei salotti, eppure caratterizzati ognuno con tale maestria da far trasparire tutta la loro vita anche al di fuori di quello scenario… Non sarebbe mai riuscita creare un personaggio come il Barone di Charlus o la signora Verdurin… Né tanto meno le mille altre letture che in quei lunghi mesi avevano riempito la sua insopprimibile esigenza di letteratura potevano alleviarle quel senso di estrema inferiorità.Tutto era già stato scritto, tutto già pensato… come l'arte figurativa postmoderna aveva abdicato all'innovazione, così, anche quella letteraria doveva forse rassegnarsi alla rinuncia della rappresentazione per rifugiarsi in qualcosa d'altro, forse nella non letteratura? O forse era solo la "sua" presunta arte letteraria che non era più arte, che non era nulla…Una scrittrice che non scrive… come un essere vivente che non vive…, un amante che non ama.
Perché i fili dei suoi ragionamenti interiori non la avvincevano più come un tempo, quando era costretta, anche per strada, a cercare un pezzetto di carta qualunque, persino uno scontrino di cassa, per trascrivere pensieri, emozioni, per non perdere quei pezzi di sé che altrimenti avrebbe perduto per sempre?
Dove ritrovare quello strano fuoco interiore che si alimenta da sé a prescindere dal successo o dall'apprezzamento della gente…
Cosa le mancava?
Haima sapeva che l'unica strada per ritrovare se stessa era quella di cercare la parola, le parole, le note musicali con le quali ogni scrittore sogna di creare la sua grande sinfonia.Le evocatrici di bene e male, le formule magiche che Dio ci diede per evocare il mondo, "universali" oggetti di secoli di dispute filosofiche, Verbo fatto carne o carne fatta Verbo …Haima si concentrava sul concetto di parola, per cercarla, per riconoscerla,per tornare ad amarla…Anche se le sfuggiva in ogni modo. Da ogni angolo della sua mente, da ogni ricordo, da ogni dialogo… Invano la rincorreva e cercava di afferrarla per depositarla e scriverla. Si ribellava, sbuffava, si contorceva e si divincolava.
Come fermarla?
Dove trovarne uno sciame per afferrarne al volo almeno una…
Non nei freddi numeri che la circondavano.
I numeri.
Senz'alcun dubbio era necessario che qualcuno se ne dovesse pur occupare. Come in un ingranaggio ogni pezzo è ugualmente importante per il corretto funzionamento, così per l'organizzazione delle attività del mondo era inequivocabilmente indispensabile che una percentuale di esseri viventi fosse applicata nella gestione dei numeri.E ad Haima era capitato di entrare nell'ingranaggio, perché la vita ti conduce anche dove non avresti voluto andare.Numeri, numeri, tanto freddi, tanto più pesanti e definitivi … quando invece la parola è leggera, vola nell'etere della fantasia e cattura come un acchiappafarfalle tutti i significati che ognuno vuole attribuirle… E se è pronunciata dalle diverse voci umane muta colore come un prisma, dal nero di chi se ne serve con spietatezza al rosa di chi la dice con animo delicato, al giallo di chi la fa uscire da sé carica di maligni sottintesi. Raramente una parola è circoscritta come un numero. Quando lo è - come in "morte"o "mai più", -diviene una maschera tragica, si tinge di viola e ci porta a contatto con la finitezza del nostro essere. Pur nella sua concisione e nel suo bastare a se stessa non esaurisce il pensiero di chi parla o scrive o ascolta. Morte: cinque lettere terribili a cui però si accompagna lo speranzoso dubbio se la morte sia davvero la conclusione di tutto… in definitiva se la morte sia la morte; mai più… due piccole parole accompagnate o dal timore che quello che si è concluso non accada più… o che, al contrario accada ancora.La parola è un ponte tra chi parla e chi ascolta, tra chi scrive e chi legge, mezzo di comunicazione senza spazio e senza tempo, che ci permette di comunicare con persone morte da secoli (morte quindi, ma dunque per tornare alle elucubrazioni di prima … veramente "morte"?) e abitanti nelle più lontane terre del mondo…Parole parole parole, quelle che non bucavano più il suo foglio di carta bianco che rimaneva illibato non come una giovane vergine in attesa del suo primo bacio, ma come una rugosa zitella che non sperava più nemmeno in una carezza.Così Haima si chiuse in una stanza, senza suoni, senza luce … in cerca di se stessa.
Non la trovò più.
Fece molta fatica a togliere dalla sua mente le mille banalità e affanni della vita quotidiana. L'olio sintetico e un po' dozzinale che faceva funzionare i famosi ingranaggi, fatto di abitudini, meccanicismi di occupazioni concrete a cui aveva dato un'importanza eccessiva, microcosmi lavorativi in cui non era altro che un numero, appunto, intercambiabile, divertimenti che appagavano la sua corporeità ma non il suo spirito.
Ecco dove si era persa.
Ecco dove i più si perdono, dimentichi dell'umanità e della scintilla divina che si esprime nelle nostre unicità, del nostro essere diseguali da tutti. Omologati, allineati, abbruttiti nel seguire la corrente, nell'essere semplici addendi, cambiando il cui ordine nulla cambia.
Numeri, numeri.
Non c'è nulla di male nei numeri, basta tenerli a bada e non considerarli altro che numeri, severi giudici della nostra vita, delle nostre ricchezze. Onesti connettori dei segreti dell'universo, comode grandezze per mettere ordine nel mondo.Ma dall'ordine non nasce arte.
Dall'ordine deve distaccarsi necessariamente una particella maleducata, ribelle che crea la dissonanza, la varietà, in definitiva… la vita.
Haima respirò a fondo e, sola e al buio, si dimenticò delle occupazioni recenti, delle sue banali rivendicazioni da travet e tornò bambina, con la voglia di conoscere il mondo e di farsi domande su tutto quello che vedeva, di conoscere tutte le parole… ogni parola che imparava era un pezzo di mondo che conosceva e si teneva dentro… come tanti software inseriti man mano in un computer, anzi nel Computer Supremo che il grande Bill Gates del Creato ci ha fornito cadauno.Con la sua infanzia rifecero capolino emozioni e persone dimenticate, storie cancellate, sorrisi e pianti. Dolori forti, anche, che la sorpresero in un pianto dirotto.E poi amori passati, viaggi, tanti volti … la sua vita… in un viaggio breve ma intensissimo che la lasciò esausta e dolente.
Recherche … non era un caso che negli ultimi tempi leggesse come ossessionata la lunga opera di Proust. Ricerca del tempo perduto. Ricerca di sé.
Cercare, cercarsi e non trovarsi… Ritrovarsi. E promettere di non perdersi mai più.
Haima riaccese la luce e si guardò allo specchio.
Gli occhi scuri cerchiati dal pianto. Avvicinò il proprio viso allo specchio, sempre più vicino fino a sfiorarlo.Si scrutò così negli occhi con uno sguardo penetrante che non avrebbe rivolto nemmeno al grande amore della sua vita…Nella pupilla di solito un po' velata rivide riapparire una luce antica, che veniva da chissà dove… comunque da molto lontano. I due sguardi si congiunsero fulminanti.
Haima era tornata.
(GCP)
Per i miei "giusynauti" del blog vorrei fare lo stesso.
Sto pensando di raccoglierli in un libro.
Li sottopongo volentieri al giudizio di tutti gli amici che mi vengono a trovare qui.
Estate Libertà- I Racconti > Estate - I Racconti 2003
Parole e numeri
di Giusy Cafari Panico

Quella maledetta paura di scrivere.
Erano due anni che non scriveva. Non si sentiva più degna di farlo. Ogni volta che si accingeva a rendere concrete le idee che si affacciavano in lei, si fermava. Paralizzata.
Si rendeva conto che solo pensieri banali le galleggiavano in testa. Concetti omologati, parole standardizzate, come testi di un programma televisivo commerciale.
Sotto il galleggiamento, tuttavia, percepiva un ribollire continuo e incessante.
Cercava di pescare nel pozzo della sua interiorità quel mostro marino che la inquietava e nello stesso tempo la stimolava. Nulla. Pescava solo stracci e scarpe vecchie, già use e consunte, con grande insoddisfazione e irrequietezza.Da quando poi aveva ripreso il suo studio dei classici, ogni autore le si parava davanti con le sue invenzioni maestose, le sue trame sottili, le descrizioni accurate, mai scontate o noiose…La "Recherche" di Proust… quale dramma averla ripresa in mano dopo la faticosa e svogliata lettura della giovinezza… quei magnifici personaggi tratteggiati pian piano nel corso di un'opera mastodontica, sorpresi, come per caso, solo nelle loro attitudini più mondane, nei salotti, eppure caratterizzati ognuno con tale maestria da far trasparire tutta la loro vita anche al di fuori di quello scenario… Non sarebbe mai riuscita creare un personaggio come il Barone di Charlus o la signora Verdurin… Né tanto meno le mille altre letture che in quei lunghi mesi avevano riempito la sua insopprimibile esigenza di letteratura potevano alleviarle quel senso di estrema inferiorità.Tutto era già stato scritto, tutto già pensato… come l'arte figurativa postmoderna aveva abdicato all'innovazione, così, anche quella letteraria doveva forse rassegnarsi alla rinuncia della rappresentazione per rifugiarsi in qualcosa d'altro, forse nella non letteratura? O forse era solo la "sua" presunta arte letteraria che non era più arte, che non era nulla…Una scrittrice che non scrive… come un essere vivente che non vive…, un amante che non ama.
Perché i fili dei suoi ragionamenti interiori non la avvincevano più come un tempo, quando era costretta, anche per strada, a cercare un pezzetto di carta qualunque, persino uno scontrino di cassa, per trascrivere pensieri, emozioni, per non perdere quei pezzi di sé che altrimenti avrebbe perduto per sempre?
Dove ritrovare quello strano fuoco interiore che si alimenta da sé a prescindere dal successo o dall'apprezzamento della gente…
Cosa le mancava?
Haima sapeva che l'unica strada per ritrovare se stessa era quella di cercare la parola, le parole, le note musicali con le quali ogni scrittore sogna di creare la sua grande sinfonia.Le evocatrici di bene e male, le formule magiche che Dio ci diede per evocare il mondo, "universali" oggetti di secoli di dispute filosofiche, Verbo fatto carne o carne fatta Verbo …Haima si concentrava sul concetto di parola, per cercarla, per riconoscerla,per tornare ad amarla…Anche se le sfuggiva in ogni modo. Da ogni angolo della sua mente, da ogni ricordo, da ogni dialogo… Invano la rincorreva e cercava di afferrarla per depositarla e scriverla. Si ribellava, sbuffava, si contorceva e si divincolava.
Come fermarla?
Dove trovarne uno sciame per afferrarne al volo almeno una…
Non nei freddi numeri che la circondavano.
I numeri.
Senz'alcun dubbio era necessario che qualcuno se ne dovesse pur occupare. Come in un ingranaggio ogni pezzo è ugualmente importante per il corretto funzionamento, così per l'organizzazione delle attività del mondo era inequivocabilmente indispensabile che una percentuale di esseri viventi fosse applicata nella gestione dei numeri.E ad Haima era capitato di entrare nell'ingranaggio, perché la vita ti conduce anche dove non avresti voluto andare.Numeri, numeri, tanto freddi, tanto più pesanti e definitivi … quando invece la parola è leggera, vola nell'etere della fantasia e cattura come un acchiappafarfalle tutti i significati che ognuno vuole attribuirle… E se è pronunciata dalle diverse voci umane muta colore come un prisma, dal nero di chi se ne serve con spietatezza al rosa di chi la dice con animo delicato, al giallo di chi la fa uscire da sé carica di maligni sottintesi. Raramente una parola è circoscritta come un numero. Quando lo è - come in "morte"o "mai più", -diviene una maschera tragica, si tinge di viola e ci porta a contatto con la finitezza del nostro essere. Pur nella sua concisione e nel suo bastare a se stessa non esaurisce il pensiero di chi parla o scrive o ascolta. Morte: cinque lettere terribili a cui però si accompagna lo speranzoso dubbio se la morte sia davvero la conclusione di tutto… in definitiva se la morte sia la morte; mai più… due piccole parole accompagnate o dal timore che quello che si è concluso non accada più… o che, al contrario accada ancora.La parola è un ponte tra chi parla e chi ascolta, tra chi scrive e chi legge, mezzo di comunicazione senza spazio e senza tempo, che ci permette di comunicare con persone morte da secoli (morte quindi, ma dunque per tornare alle elucubrazioni di prima … veramente "morte"?) e abitanti nelle più lontane terre del mondo…Parole parole parole, quelle che non bucavano più il suo foglio di carta bianco che rimaneva illibato non come una giovane vergine in attesa del suo primo bacio, ma come una rugosa zitella che non sperava più nemmeno in una carezza.Così Haima si chiuse in una stanza, senza suoni, senza luce … in cerca di se stessa.
Non la trovò più.
Fece molta fatica a togliere dalla sua mente le mille banalità e affanni della vita quotidiana. L'olio sintetico e un po' dozzinale che faceva funzionare i famosi ingranaggi, fatto di abitudini, meccanicismi di occupazioni concrete a cui aveva dato un'importanza eccessiva, microcosmi lavorativi in cui non era altro che un numero, appunto, intercambiabile, divertimenti che appagavano la sua corporeità ma non il suo spirito.
Ecco dove si era persa.
Ecco dove i più si perdono, dimentichi dell'umanità e della scintilla divina che si esprime nelle nostre unicità, del nostro essere diseguali da tutti. Omologati, allineati, abbruttiti nel seguire la corrente, nell'essere semplici addendi, cambiando il cui ordine nulla cambia.
Numeri, numeri.
Non c'è nulla di male nei numeri, basta tenerli a bada e non considerarli altro che numeri, severi giudici della nostra vita, delle nostre ricchezze. Onesti connettori dei segreti dell'universo, comode grandezze per mettere ordine nel mondo.Ma dall'ordine non nasce arte.
Dall'ordine deve distaccarsi necessariamente una particella maleducata, ribelle che crea la dissonanza, la varietà, in definitiva… la vita.
Haima respirò a fondo e, sola e al buio, si dimenticò delle occupazioni recenti, delle sue banali rivendicazioni da travet e tornò bambina, con la voglia di conoscere il mondo e di farsi domande su tutto quello che vedeva, di conoscere tutte le parole… ogni parola che imparava era un pezzo di mondo che conosceva e si teneva dentro… come tanti software inseriti man mano in un computer, anzi nel Computer Supremo che il grande Bill Gates del Creato ci ha fornito cadauno.Con la sua infanzia rifecero capolino emozioni e persone dimenticate, storie cancellate, sorrisi e pianti. Dolori forti, anche, che la sorpresero in un pianto dirotto.E poi amori passati, viaggi, tanti volti … la sua vita… in un viaggio breve ma intensissimo che la lasciò esausta e dolente.
Recherche … non era un caso che negli ultimi tempi leggesse come ossessionata la lunga opera di Proust. Ricerca del tempo perduto. Ricerca di sé.
Cercare, cercarsi e non trovarsi… Ritrovarsi. E promettere di non perdersi mai più.
Haima riaccese la luce e si guardò allo specchio.
Gli occhi scuri cerchiati dal pianto. Avvicinò il proprio viso allo specchio, sempre più vicino fino a sfiorarlo.Si scrutò così negli occhi con uno sguardo penetrante che non avrebbe rivolto nemmeno al grande amore della sua vita…Nella pupilla di solito un po' velata rivide riapparire una luce antica, che veniva da chissà dove… comunque da molto lontano. I due sguardi si congiunsero fulminanti.
Haima era tornata.
(GCP)
giovedì 26 agosto 2010
DUE ANNI FA... OGGI

26 agosto 2008 Per una finale di un concorso di scrittura ( Volo Rapido di Porsche Italia) si incontravano a Ravello, in una delle più belle località italiane, 23 persone provenienti da luoghi diversi e lontani tra loro, che non si erano mai viste prima, unite dalla passione per la scrittura. Tutti avevamo vinto delle "tappe" in 11 città diverse.
Il feeling? Immediato, come le amicizie che sono nate.
Dopo due anni... quante cose sono cambiate, quanti successi, quanta vita......... ma è bello pensare che siamo ancora in contatto e che ricordiamo quei due giorni come tra i più indimenticabili della nostra vita...
Eccoli/eccoci...
Emanuela Gravina
Maria Lucia Riccioli
Paola Ancarani
Giusy
Valentina Caselli
Pietro Chiappelloni
Alessandro Chiappetta
Francesco Danelli
Fabio Degano
Emiliano Dominici
Chiara Ferrari
Anna Indri Raselli
Gianluca Iovine
Alessandra Locatelli
Enrico Losso
Alessandro Morbidelli
Luisella Pacco
Frederic Pascali
Fabrizio Re Garbagnati
Francesca Schipa
Grazia Tarantino
Simone Togneri
Francesco Troccoli
domenica 15 agosto 2010
Pensieri e desideri
La nonna mi porta fortuna e mi segue sempre, lo so.
Mentre ero nel suo luogo natale ho visto una scia di un aereo... e ho pensato e ho sperato che una persona cara mi stesse pensando... spero che sia vero, mi farebbe piacere.
Eccolo il mio pensiero/desiderio. L'ho fotografato mentre lo "contraccambiavo".
Lo mando alle persone a cui voglio bene perché "vedano" anche loro i miei pensieri così che sappiano che le ho sempre nel cuore, anche da lontano. Ciao...

Dove vanno a finire i pensieri?
si dissolvono
senza fare rumore
e vivono in una realtà
parallela,
dove è tutto vero,
tutto possibile.
Creatori di mondi
ogni giorno, ogni istante
siano noi gli Dei,
fecondi e inconsapevoli
genitori dell’Universo.
(GCP)
Mentre ero nel suo luogo natale ho visto una scia di un aereo... e ho pensato e ho sperato che una persona cara mi stesse pensando... spero che sia vero, mi farebbe piacere.
Eccolo il mio pensiero/desiderio. L'ho fotografato mentre lo "contraccambiavo".
Lo mando alle persone a cui voglio bene perché "vedano" anche loro i miei pensieri così che sappiano che le ho sempre nel cuore, anche da lontano. Ciao...

Dove vanno a finire i pensieri?
si dissolvono
senza fare rumore
e vivono in una realtà
parallela,
dove è tutto vero,
tutto possibile.
Creatori di mondi
ogni giorno, ogni istante
siano noi gli Dei,
fecondi e inconsapevoli
genitori dell’Universo.
(GCP)
Ciao cari amici...
( Daniela Quieti ed io all'Eremo di Santo Spirito)
La Chiesa Madre di San Valentino e Damiano (di Vanvitelli, architetto di Trinità dei Monti) dove prese i voti mio zio Nicola
Carissimi amici,
le mie vacanze abruzzesi sono finite...con tanto rammarico.
Al momento dei saluti con Fiorella, la mia cara bellissima albergatrice, dallo sguardo marino blu e malinconico, mi è venuto da piangere.
Non mi capita spesso, anzi, forse è la prima volta.
Grazie a tutti coloro che mi hanno accolto a braccia aperte nella loro terra, dalle mie anziane ma vivacissime cugine, a Daniela e Gabriele, straordinari ospiti e miei "Virgilio" delle terre dei miei nonni.
Grazie di avermi portato a San Valentino in Abruzzo Citeriore, a casa della "nonna", ad Abbateggio, sulla Majella nello straordinario Eremo di Santo Spirito rifugio del Papa Eremita del Gran Rifiuto Celestino V.
Grazie a Fiorella, Rosalinda, Deanna, Katia e Orazio per l'ospitalità.
Grazie agli ortonesi che mi hanno riconosciuta per strada e mi hanno ringraziato per aver parlato della "nostra" cittadina. Vorrei fare di più per questa città martoriata dai bombardamenti e dall'incuria dello Stato e della politica...
E' poco, ma vi dedico questa poesia scritta nel mio primo viaggio abruzzese del 2005, dedicato proprio ad Ortona.
Vento d’Abruzzo
Vento d’Abruzzo,
vento natio,
brezza fresca
sferzante di freddo
anche nell’ora più calda
Eccomi, mi hai chiamato.
Ero lontana
e ora son qui.
Parlami con i sussurri
del sangue
di chi non ho mai conosciuto.
Portami le speranze
di chi si è immerso
con povere vele
in questo mare lucente.
Mostrami i baci e gli sguardi
impauriti
delle mie ave zitelle
dagli occhi brillanti
e poco casti,
il bianco e nero
delle loro vite
e delle loro fotografie.
Raccontami
i porti d’approdo
dello zio marinaio
bello e sfrontato
con le donne prosperose
a lui avvinte
e un po’ unte
dalla sua brillantina.
Regalami l’ironia pungente
e l’avventuroso fatalismo
della tua gente
martoriata dalle bombe
e dalla terra sassosa e ballerina.
Riportami per un attimo
la severa figura di mio nonno
e il suo sguardo onesto
e penetrante,
i suoi sogni di bambino
qui a guardare questo mare
e le sue valigie sempre
da fare.
A sfidare il mare.
E la guerra.
Sento la sua nostalgia
feroce come la nebbia
della mia
della sua
nuova terra
e la sento un po’ anche mia.
Perché atroce è la malinconia
di chi vive in luogo
senza radici.
O vento della mia sconosciuta patroa,
nato dalle montagne
della selvaggia Majella,
accarezza il mio volto
e le mie lacrime
di una vita lontana da te,
lontana dal mio vero
autentico sangue.
Sento un profumo nell’aria
E’ profumo di me,
della mia parte migliore
sempre pronta a partire,
sognare, esplorare
come i miei antichi paesani
che solcavano questo mare
per approdare in terre lontane.
Solo qui lo sento,
solo qui mi sento a casa.
Finalmente.
Anch’io di qui partirò
dopo essermi tanto arenata
e la vita navigherò
dissotterrando le ancore
troppo a lungo
fermate.
Vento d’Abruzzo,
portami lontano.
Ma che possa un dì ritornare.
(GCP)
Il Palazzo Farnese costruito da Margherita d'Austria
lunedì 9 agosto 2010
San Tommaso Apostolo - Promessa mantenuta

L'avevo promesso, testimone Gerry Scotti, durante la puntata del Milionario in cui ho avuto la "grazia" di vincere 70.000 euro su un quesito riguardante San Tommaso Apostolo, le cui spoglie mortali sono custodite nel Duomo di Ortona.
Oggi pomeriggio sono andata ad accendere la mia famosa candelina.
E' stato molto emozionante per me, per vari motivi che per una volta mantengo privati.
Però mi sento in dovere di pubblicizzare a mio modo, in questo piccolo spazio, questo importante ma non conosciutissimo centro di pellegrinaggio, dove si respira un'atmosfera di grande misticismo, legata poi ad uno degli apostoli "più simpatici" ed umani.
Quello che non credeva, quello che voleva toccare con mano.
La storia della traslazione delle spoglie dall'India, dov'è morto ( questa era la risposta che ho dato e per cui sarò debitrice per tutta la vita a San Tommaso) all'isola di Chio e poi ad Ortona è lunga... ma invito tutti coloro che amano questo tipo di pellegrinaggi a venire qui.
E' una bella emozione.
Intermezzo letterario
Tra le bellissime giornate passate qui in Abruzzo non posso non ricordare quelle che ho trascorso in compagnia della cara amica, nonché poetessa e scrittrice Daniela Quieti a Pescara.
Grazie a lei ho visitato la casa natale di D'Annunzio, il Vate...
Un personaggio controverso che però esercita su di me un grande fascino. Nel bene o nel male non può di certo lasciare indifferenti e sul suo genio non credo ci siano dubbi.

Il 4 agosto poi ho assistito ad una bellissima presentazione poetica della casa editrice Tracce. Presenti oltre a Daniela Quieti che ha proposto con la consueta straordinaria grazia la sua toccante raccolta poetica "Uno squarcio di sogno", l'infaticabile direttrice di Tracce Nicoletta Di Gregorio con l'affascinante "il respiro dell'ametista" e la bella e brava Bibiana La Rovere con "Cuore Cavato"

Nei prossimi giorni aggiungerò altre foto e informazioni in questi post abruzzesi, ma per il momento vorrei ancora ringraziare Daniela e il suo splendido marito Gabriele per la loro amicizia, la loro signorilità di altri tempi e la loro modernissima simpatia. Vi adoro!! Smack!
Grazie a lei ho visitato la casa natale di D'Annunzio, il Vate...
Un personaggio controverso che però esercita su di me un grande fascino. Nel bene o nel male non può di certo lasciare indifferenti e sul suo genio non credo ci siano dubbi.

Il 4 agosto poi ho assistito ad una bellissima presentazione poetica della casa editrice Tracce. Presenti oltre a Daniela Quieti che ha proposto con la consueta straordinaria grazia la sua toccante raccolta poetica "Uno squarcio di sogno", l'infaticabile direttrice di Tracce Nicoletta Di Gregorio con l'affascinante "il respiro dell'ametista" e la bella e brava Bibiana La Rovere con "Cuore Cavato"

Nei prossimi giorni aggiungerò altre foto e informazioni in questi post abruzzesi, ma per il momento vorrei ancora ringraziare Daniela e il suo splendido marito Gabriele per la loro amicizia, la loro signorilità di altri tempi e la loro modernissima simpatia. Vi adoro!! Smack!
Vacanze abruzzesi
Ciao amici!
Ho scoperto di poter usufruire di una connessione internet e allora eccomi qui a colloquiare con voi nello spazio cibernetico.
Mi trovo a Lido Riccio di Ortona a Mare, la città di mio nonno Giuseppe.
Sono qui da una settimana che è stata rilassante ma piena di piacevolissimi eventi.
E' per me una grande emozione essere qui nella terra dei miei avi.
Non me ne vogliano i miei carissimi amici piacentini... ma sento molto queste radici, le sento nel mio essere più viscerale e questa terra ce l'ho nella parte più vera del mio cuore.
Ortona è una città dalla storia molto tormentata. Durante la seconda guerra mondiale è stata, assieme a Cassino ( altra mia "patria", quella dei miei bisnonni Cafari Panico), la città più martoriata dalla guerra, tanto da essere chiamata, anche all'estero, la piccola Stalingrado. Ci sono cimiteri di soldati di diverse nazionalità, soprattutto canadesi.
E pensare che era bellissima ed aveva avuto un epoca d'oro ai tempi di Margherita d'Austria, Duchessa Farnese di Parma e Piacenza, che è morta qui, ma sepolta nella mia città, a Piacenza.

Che strano gemellaggio, vero? Ortona e Piacenza.
La città di mio nonno e la mia.
Poi Ortona è famosa per tanto altro.
Il Re Vittorio Emanuele ha lasciato l'Italia ( qui dicono "è scappato" ) partendo proprio da qui all'indomani dell' 8 settembre 1943.
Poi è la città della grande famiglia dei pittori Cascella, di Maurizio Costanzo (quasi nessuno lo sa), di Rocco Siffredi ;-)), di Tosti e della madre di D'Annunzio.
Ma soprattutto è la città di San Tommaso apostolo. E vi rimando al prossimo post...
Ho scoperto di poter usufruire di una connessione internet e allora eccomi qui a colloquiare con voi nello spazio cibernetico.
Mi trovo a Lido Riccio di Ortona a Mare, la città di mio nonno Giuseppe.
Sono qui da una settimana che è stata rilassante ma piena di piacevolissimi eventi.
E' per me una grande emozione essere qui nella terra dei miei avi.
Non me ne vogliano i miei carissimi amici piacentini... ma sento molto queste radici, le sento nel mio essere più viscerale e questa terra ce l'ho nella parte più vera del mio cuore.
Ortona è una città dalla storia molto tormentata. Durante la seconda guerra mondiale è stata, assieme a Cassino ( altra mia "patria", quella dei miei bisnonni Cafari Panico), la città più martoriata dalla guerra, tanto da essere chiamata, anche all'estero, la piccola Stalingrado. Ci sono cimiteri di soldati di diverse nazionalità, soprattutto canadesi.
E pensare che era bellissima ed aveva avuto un epoca d'oro ai tempi di Margherita d'Austria, Duchessa Farnese di Parma e Piacenza, che è morta qui, ma sepolta nella mia città, a Piacenza.

Che strano gemellaggio, vero? Ortona e Piacenza.
La città di mio nonno e la mia.
Poi Ortona è famosa per tanto altro.
Il Re Vittorio Emanuele ha lasciato l'Italia ( qui dicono "è scappato" ) partendo proprio da qui all'indomani dell' 8 settembre 1943.
Poi è la città della grande famiglia dei pittori Cascella, di Maurizio Costanzo (quasi nessuno lo sa), di Rocco Siffredi ;-)), di Tosti e della madre di D'Annunzio.
Ma soprattutto è la città di San Tommaso apostolo. E vi rimando al prossimo post...
domenica 1 agosto 2010
Racconto sul quotidiano Libertà - IL PATTO
Oggi 1 agosto su Libertà il mio racconto estivo dal titolo "IL PATTO"
Lo riporto qui di seguito. Buona lettura ( se volete )
IL PATTO
La schiuma si stava ritirando lentamente.
Un nero intenso aveva sommerso il tenue color caramello del liquido appena versato.
«Adesso si può bere» Stefano avvicinò il boccale a Giacomo che ne afferrò con fatica l’impugnatura per gustare la sua birra preferita, quella scura.
«Salute!» Stefano ne trangugiò una buona metà in un solo sorso, mentre l’altro lo guardava con amarezza.
«Scusi» due ragazze urtarono inavvertitamente la sedia a rotelle di Giacomo per raggiungere la cassa del pub, facendo rovesciare un po’ di birra sulla polo dell’uomo.
«L’hanno fatto apposta per attirare la tua attenzione» sorrise Stefano.
«Ovviamente.» L’amico si era alzato per aiutare Giacomo a pulire la maglia, ma quest’ultimo con un gesto brusco l’aveva allontanato.
Un silenzio imbarazzato si frappose tra i due.
«E stavolta dove vuoi che vada?» chiese Stefano, preoccupato, guardando nel fondo del boccale ormai vuoto.
Il suo interlocutore lo guardò fisso negli occhi, pensoso.
Tutto era iniziato quel famoso 23 maggio di dieci anni prima, sulla Via Emilia, tra Piacenza e Codogno, di ritorno da un locale. Una questione di precedenze, nel buio di una notte in cui tutti avevano bevuto. Era il compleanno di Giacomo. «Guido io. Oggi è la tua festa.» Stefano aveva spostato Giacomo dal posto di guida e aveva messo in moto la macchina. Dopo pochi chilometri la piccola Rover si era schiantata contro il guard rail riducendosi in un ammasso informe di lamiere.
Nella sala d’aspetto dell’ospedale, un medico aveva espresso subito il suo verdetto sulle condizioni di Giacomo: «Se la caverà, ma non so in che modo» mentre Stefano, che aveva riportato solo una piccola escoriazione sul viso, urlava tutta la sua disperazione.
Nel pub una band aveva cominciato a suonare, mentre Stefano aspettava con angoscia la risposta alla sua domanda.
«Ti è piaciuto il Mar Morto, no?» gli chiese Giacomo con finta indifferenza.
«Sì…» Stefano invece sembrava sui carboni ardenti.
Ricordava quando era tornato da quel viaggio, stremato. Con un carico di taniche di acqua salata su quel piccolo camion che aveva noleggiato in Giordania, dato che in aereo ne era vietato il trasporto. Gli tornava alla mente la strana cerimonia con cui aveva dovuto riempire la vasca di Giacomo con quell’acqua tanto preziosa. E tutto questo solo per fargli provare la sensazione del galleggiamento.
Per non parlare poi di quando l’aveva mandato in tutti i bordelli di Bangkok con un piccolo registratore, per fargli sentire tutti i suoni dei luoghi più infernali del mondo.
Giacomo, avidamente, ascoltava tutti i particolari più eccitanti di tutto quello che l’amico aveva visto.
«Sì, lei usava un serpente per lo spettacolo.»
«Vivo?»
«Sì, vivo»
Tre anni prima era stato a Dubai, sul Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, proprio lui che soffriva paurosamente di vertigini.
«Cosa hai provato?» gli aveva chiesto Giacomo
«Sentivo come se lo stomaco si fosse staccato dal resto del corpo. Tutto mi girava vorticosamente attorno e gli altri grattacieli sembravano piegarsi a terra»
«E le persone, le macchine?»
«Non le vedevo nemmeno, oppure erano solo puntini appena colorati»
Sentendosi in colpa, Stefano non aveva avuto il coraggio di andarlo a trovare nel centro di riabilitazione per diversi mesi. Giacomo non gli aveva chiesto nessun risarcimento per il danno subito e questo aumentava il suo malessere interiore. L’assicurazione aveva provveduto a tutte le spese per le cure. Ma Stefano avrebbe preferito pagare pur di dormire finalmente in pace, come non era più riuscito a fare.
Quando lo vide per la prima volta dopo l’incidente, Giacomo era solo un mucchio di ossa raggomitolate in un letto, il volto deformato in una smorfia senza fine.
«Come…» non riusciva nemmeno a parlargli.
«Come sto?» per la prima volta aveva udito quella voce nuova, dal suono metallico, che d’allora in avanti gli avrebbe parlato solo con tono di comando.
Stefano si mordeva le labbra per non mettersi ancora a piangere, mentre le infermiere trasferivano l’invalido dal letto alla poltrona:
«Sapessi come mi dispiace!» si prese la testa tra le mani.
Fuori c’era Donatella che lo aspettava. La sua ragazza. Era stata lei a dargli la forza di andarlo a trovare.
«C’è anche Donatella?» aveva chiesto Giacomo. Da ragazzi anche a Giacomo piaceva Donatella, Stefano l’aveva sempre sospettato. Ma quando si erano messi insieme Giacomo non aveva battuto ciglio. Erano grandi amici e esisteva sempre tra di loro un patto segreto di non interferenza, in fatto di donne.
E pensare che Giacomo era sempre stato il più bello dei due. Le donne gli cadevano ai piedi come le mosche. Ne cambiava una ogni due o tre mesi. Era un po’ un maledetto, non si capiva mai cosa pensasse veramente, il che piaceva a tutte tranne che a Donatella.
Stefano invece era quello schivo, il solitario, né bello né brutto. Quello serio di cui ci si poteva sempre fidare.
«Anche stavolta non mi deludere» questa frase riportò Stefano nel presente. La frase magica con cui Giacomo riusciva sempre ad ottenere da Stefano tutto quello che voleva, quella che scatenava in lui i sensi di colpa che non l’avevano mai abbandonato.
«Non lo farei mai» e mentre l’ultimo goccio di birra scivolava nel suo esofago, l’uomo si preparava con apprensione ad ascoltare l’ennesima sconcertante richiesta.
Guardandolo negli occhi, Giacomo gli disse con noncuranza: «Voglio pubblicare un libro ambientato in Sudan»
Negli anni di infermità, grazie ad un apposito programma di audioscrittura, aveva riscosso un enorme successo con una serie di romanzi d’avventura a sfondo esotico. I giornali lo avevano definito il nuovo Salgari: “come l’autore di Sandokan anche Giacomo Spaziani, senza essersi mai mosso da casa, descrive con straordinaria maestria luoghi mai visti”.
«Proprio in Sudan?! Uno dei luoghi sconsigliati da tutte le agenzie di viaggi del mondo! C’è la guerra civile.» A Stefano cominciò ad imperlarsi la fronte di sudore freddo.
Nessuno era a conoscenza che tutte le sue storie di Giacomo gli erano state raccontate dall’amico, che ne era stato testimone, come quella dell’incantatore di serpenti innamorato dell’attrice di Bollywood o quella dell’elicotterista cocainomane che lo aveva fatto precipitare nella foresta amazzonica. Per fortuna senza gravi conseguenze. Se i suoi lettori lo avessero saputo! Ma questo, purtroppo, era stato il loro Patto.
Stefano si alzò in piedi esasperato: «Ascoltami Giacomo. Sono dieci anni che ti accontento, che faccio tutto quello che vuoi… però ora sono stanco e ti prego di lasciarmi finalmente libero. Non posso continuare cosi: vorrei sposarmi con Donatella, mettere su famiglia. Non posso più correre questi rischi per te.»
Giacomo scosse appena il capo, gli occhi persi in uno spazio lontano.
“Te lo ripeto. Non mi deludere.” E con il comando vocale allontanò la carrozzina dal tavolo.
“Portami a casa. Domani ti farò avere il biglietto aereo, i soldi, le mappe e tutte le tappe che ti ho organizzato via internet. Dormirai in tenda stavolta.”
Mentre appoggiava l’amico sul sedile anteriore della sua auto, Stefano sentì dentro di sé un impulso irrefrenabile di liberarsi definitivamente di lui, per togliersi da quel giogo.
Avrebbe voluto ucciderlo. Sarebbe bastato scaraventarlo fuori dalla macchina in corsa. Scacciò questo pensiero, di cui si vergognò subito e pensò che sarebbe stato sufficiente infrangere finalmente il Patto. Nessuno lo aveva mai obbligato. A parte il senso di colpa che lo opprimeva.
«Non ti ho chiesto neanche un soldo, né lo farò mai» gli aveva detto all’epoca Giacomo, nel centro di riabilitazione, «Voglio solo che per quindici giorni all’anno tu faccia tutto quello che voglio.».
Parlava come in trance e senza tradire nessuna emozione. Era diventato arido e insensibile. Le uniche emozioni le trasferiva sui suoi libri. Che erano quelle di Stefano, non le sue.
«Stavolta non vado» disse a mezza voce il guidatore. Giacomo, seppure a fatica, con una mano spostò bruscamente il volante facendo sbandare paurosamente la macchina.
«Ma sei matto? » Stefano fermò il mezzo in una piazzola, ansimando.
«Come quella notte…Ti ricordi vero di quella notte…» la voce metallica di Giacomo ripeteva cantilenando queste pesantissime parole.
«Basta, basta!» Stefano, urlando per l’esasperazione, rimise in moto e ricondusse Giacomo a casa. Un infermiere lo attendeva sulla porta per aiutarlo.
«Ma è l’ultima volta!» gli urlò dal finestrino, mentre Giacomo non si voltava nemmeno per salutarlo.
Dieci giorni dopo.
Quando la guida araba entrò nella tenda, Stefano stava esaurendo il contenuto dell’ultima borraccia d’acqua potabile.
«A cinque chilometri da qui c’è un’epidemia di Ebola» scriveva Stefano a Giacomo utilizzando il suo pc portatile connesso ad internet con una chiavetta. «Come mi avevi ordinato non sono in contatto con nessuno che non sia del luogo. L’unico che parla inglese è Muhammad, la guida. Siamo circondati dai guerriglieri. Non so per quanto tempo riuscirò a comunicare. L’acqua si sta esaurendo. Mai come stavolta hai messo la mia vita in pericolo. E per cosa poi? Non posso vivere al tuo posto! Nessuno può farlo! Se mi succedesse qualcosa, racconta tutto a Donatella e dille che l’amo. Non le ho mai detto del nostro Patto: non volevo coinvolgerla. Lei crede che sia a fare il mio solito master aziendale in Inghilterra. Sta entrando qualcuno…Aiuto! Chiama il Ministero degli Esteri. Chiama qualcuno. Subito!»
«Cosa stai leggendo?» Donatella si avvicinò a Giacomo chino sul computer portatile che riusciva a comandare con un movimento dell’occhio.
«Niente» rispose «Sto correggendo le ultime battute del mio nuovo libro» e, con un velocissimo copia e incolla, estrapolò qualche frase dalla mail, nascondendo il nome del mittente.
«Siamo circondati dai guerriglieri…» lesse Donatella. «E’ fantastico come tu riesca sempre a rendere queste immagini e queste atmosfere senza averle vissute in prima persona. Ma come fai? »
Giacomo volse il volto deformato verso di lei. «Fantasia», rispose, con voce un po’ metallica.
«Me lo diceva sempre Stefano che a scuola eri molto bravo, che le insegnanti delle altre classi volevano leggere i tuoi temi»
«Troppo buono, Stefano. A proposito, dov’è?» Giacomo spense il computer con un battito di ciglia.
«In Inghilterra, al suo solito master. Prima di partire mi ha raccomandato di venirti a trovare almeno una volta alla settimana, come fa sempre lui. Sai quanto ci tiene a te.» Donatella gli mise una mano sulla spalla. «D’altronde non ha bisogno di dirmelo. Se non ci fosse lui ci sarei sempre io a prendermi cura di te.»
Da un angolo della bocca di Giacomo partì un sorriso luciferino.
«Scusa un attimo» le disse mentre con un altro comando si spostava in un’altra sala.
Riaccese il computer dove comparve una scritta disperata: «Aiutami Giacomo! Rispondimi. Sento esplodere bombe, stanno per venirci a prendere. Ho paura! NON MI DELUDERE. »
Con il comando dell’occhio iniziò a digitare la mail:«No, che non ti deludo. Avevi espresso il desiderio che questo fosse il tuo ultimo viaggio no? E io ti esaudisco. Fino in fondo rispetto il nostro Patto»
“Sento esplodere bombe, stanno per venirci a prendere. Ho paura! Non mi deludere! FINE”
«Bellissimo finale!» esclamò ammirata Donatella riempiendogli il boccale di birra scura.
«Salute!» brindò Giacomo.
Giusy Càfari Panìco

Lo riporto qui di seguito. Buona lettura ( se volete )
IL PATTO
La schiuma si stava ritirando lentamente.
Un nero intenso aveva sommerso il tenue color caramello del liquido appena versato.
«Adesso si può bere» Stefano avvicinò il boccale a Giacomo che ne afferrò con fatica l’impugnatura per gustare la sua birra preferita, quella scura.
«Salute!» Stefano ne trangugiò una buona metà in un solo sorso, mentre l’altro lo guardava con amarezza.
«Scusi» due ragazze urtarono inavvertitamente la sedia a rotelle di Giacomo per raggiungere la cassa del pub, facendo rovesciare un po’ di birra sulla polo dell’uomo.
«L’hanno fatto apposta per attirare la tua attenzione» sorrise Stefano.
«Ovviamente.» L’amico si era alzato per aiutare Giacomo a pulire la maglia, ma quest’ultimo con un gesto brusco l’aveva allontanato.
Un silenzio imbarazzato si frappose tra i due.
«E stavolta dove vuoi che vada?» chiese Stefano, preoccupato, guardando nel fondo del boccale ormai vuoto.
Il suo interlocutore lo guardò fisso negli occhi, pensoso.
Tutto era iniziato quel famoso 23 maggio di dieci anni prima, sulla Via Emilia, tra Piacenza e Codogno, di ritorno da un locale. Una questione di precedenze, nel buio di una notte in cui tutti avevano bevuto. Era il compleanno di Giacomo. «Guido io. Oggi è la tua festa.» Stefano aveva spostato Giacomo dal posto di guida e aveva messo in moto la macchina. Dopo pochi chilometri la piccola Rover si era schiantata contro il guard rail riducendosi in un ammasso informe di lamiere.
Nella sala d’aspetto dell’ospedale, un medico aveva espresso subito il suo verdetto sulle condizioni di Giacomo: «Se la caverà, ma non so in che modo» mentre Stefano, che aveva riportato solo una piccola escoriazione sul viso, urlava tutta la sua disperazione.
Nel pub una band aveva cominciato a suonare, mentre Stefano aspettava con angoscia la risposta alla sua domanda.
«Ti è piaciuto il Mar Morto, no?» gli chiese Giacomo con finta indifferenza.
«Sì…» Stefano invece sembrava sui carboni ardenti.
Ricordava quando era tornato da quel viaggio, stremato. Con un carico di taniche di acqua salata su quel piccolo camion che aveva noleggiato in Giordania, dato che in aereo ne era vietato il trasporto. Gli tornava alla mente la strana cerimonia con cui aveva dovuto riempire la vasca di Giacomo con quell’acqua tanto preziosa. E tutto questo solo per fargli provare la sensazione del galleggiamento.
Per non parlare poi di quando l’aveva mandato in tutti i bordelli di Bangkok con un piccolo registratore, per fargli sentire tutti i suoni dei luoghi più infernali del mondo.
Giacomo, avidamente, ascoltava tutti i particolari più eccitanti di tutto quello che l’amico aveva visto.
«Sì, lei usava un serpente per lo spettacolo.»
«Vivo?»
«Sì, vivo»
Tre anni prima era stato a Dubai, sul Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, proprio lui che soffriva paurosamente di vertigini.
«Cosa hai provato?» gli aveva chiesto Giacomo
«Sentivo come se lo stomaco si fosse staccato dal resto del corpo. Tutto mi girava vorticosamente attorno e gli altri grattacieli sembravano piegarsi a terra»
«E le persone, le macchine?»
«Non le vedevo nemmeno, oppure erano solo puntini appena colorati»
Sentendosi in colpa, Stefano non aveva avuto il coraggio di andarlo a trovare nel centro di riabilitazione per diversi mesi. Giacomo non gli aveva chiesto nessun risarcimento per il danno subito e questo aumentava il suo malessere interiore. L’assicurazione aveva provveduto a tutte le spese per le cure. Ma Stefano avrebbe preferito pagare pur di dormire finalmente in pace, come non era più riuscito a fare.
Quando lo vide per la prima volta dopo l’incidente, Giacomo era solo un mucchio di ossa raggomitolate in un letto, il volto deformato in una smorfia senza fine.
«Come…» non riusciva nemmeno a parlargli.
«Come sto?» per la prima volta aveva udito quella voce nuova, dal suono metallico, che d’allora in avanti gli avrebbe parlato solo con tono di comando.
Stefano si mordeva le labbra per non mettersi ancora a piangere, mentre le infermiere trasferivano l’invalido dal letto alla poltrona:
«Sapessi come mi dispiace!» si prese la testa tra le mani.
Fuori c’era Donatella che lo aspettava. La sua ragazza. Era stata lei a dargli la forza di andarlo a trovare.
«C’è anche Donatella?» aveva chiesto Giacomo. Da ragazzi anche a Giacomo piaceva Donatella, Stefano l’aveva sempre sospettato. Ma quando si erano messi insieme Giacomo non aveva battuto ciglio. Erano grandi amici e esisteva sempre tra di loro un patto segreto di non interferenza, in fatto di donne.
E pensare che Giacomo era sempre stato il più bello dei due. Le donne gli cadevano ai piedi come le mosche. Ne cambiava una ogni due o tre mesi. Era un po’ un maledetto, non si capiva mai cosa pensasse veramente, il che piaceva a tutte tranne che a Donatella.
Stefano invece era quello schivo, il solitario, né bello né brutto. Quello serio di cui ci si poteva sempre fidare.
«Anche stavolta non mi deludere» questa frase riportò Stefano nel presente. La frase magica con cui Giacomo riusciva sempre ad ottenere da Stefano tutto quello che voleva, quella che scatenava in lui i sensi di colpa che non l’avevano mai abbandonato.
«Non lo farei mai» e mentre l’ultimo goccio di birra scivolava nel suo esofago, l’uomo si preparava con apprensione ad ascoltare l’ennesima sconcertante richiesta.
Guardandolo negli occhi, Giacomo gli disse con noncuranza: «Voglio pubblicare un libro ambientato in Sudan»
Negli anni di infermità, grazie ad un apposito programma di audioscrittura, aveva riscosso un enorme successo con una serie di romanzi d’avventura a sfondo esotico. I giornali lo avevano definito il nuovo Salgari: “come l’autore di Sandokan anche Giacomo Spaziani, senza essersi mai mosso da casa, descrive con straordinaria maestria luoghi mai visti”.
«Proprio in Sudan?! Uno dei luoghi sconsigliati da tutte le agenzie di viaggi del mondo! C’è la guerra civile.» A Stefano cominciò ad imperlarsi la fronte di sudore freddo.
Nessuno era a conoscenza che tutte le sue storie di Giacomo gli erano state raccontate dall’amico, che ne era stato testimone, come quella dell’incantatore di serpenti innamorato dell’attrice di Bollywood o quella dell’elicotterista cocainomane che lo aveva fatto precipitare nella foresta amazzonica. Per fortuna senza gravi conseguenze. Se i suoi lettori lo avessero saputo! Ma questo, purtroppo, era stato il loro Patto.
Stefano si alzò in piedi esasperato: «Ascoltami Giacomo. Sono dieci anni che ti accontento, che faccio tutto quello che vuoi… però ora sono stanco e ti prego di lasciarmi finalmente libero. Non posso continuare cosi: vorrei sposarmi con Donatella, mettere su famiglia. Non posso più correre questi rischi per te.»
Giacomo scosse appena il capo, gli occhi persi in uno spazio lontano.
“Te lo ripeto. Non mi deludere.” E con il comando vocale allontanò la carrozzina dal tavolo.
“Portami a casa. Domani ti farò avere il biglietto aereo, i soldi, le mappe e tutte le tappe che ti ho organizzato via internet. Dormirai in tenda stavolta.”
Mentre appoggiava l’amico sul sedile anteriore della sua auto, Stefano sentì dentro di sé un impulso irrefrenabile di liberarsi definitivamente di lui, per togliersi da quel giogo.
Avrebbe voluto ucciderlo. Sarebbe bastato scaraventarlo fuori dalla macchina in corsa. Scacciò questo pensiero, di cui si vergognò subito e pensò che sarebbe stato sufficiente infrangere finalmente il Patto. Nessuno lo aveva mai obbligato. A parte il senso di colpa che lo opprimeva.
«Non ti ho chiesto neanche un soldo, né lo farò mai» gli aveva detto all’epoca Giacomo, nel centro di riabilitazione, «Voglio solo che per quindici giorni all’anno tu faccia tutto quello che voglio.».
Parlava come in trance e senza tradire nessuna emozione. Era diventato arido e insensibile. Le uniche emozioni le trasferiva sui suoi libri. Che erano quelle di Stefano, non le sue.
«Stavolta non vado» disse a mezza voce il guidatore. Giacomo, seppure a fatica, con una mano spostò bruscamente il volante facendo sbandare paurosamente la macchina.
«Ma sei matto? » Stefano fermò il mezzo in una piazzola, ansimando.
«Come quella notte…Ti ricordi vero di quella notte…» la voce metallica di Giacomo ripeteva cantilenando queste pesantissime parole.
«Basta, basta!» Stefano, urlando per l’esasperazione, rimise in moto e ricondusse Giacomo a casa. Un infermiere lo attendeva sulla porta per aiutarlo.
«Ma è l’ultima volta!» gli urlò dal finestrino, mentre Giacomo non si voltava nemmeno per salutarlo.
Dieci giorni dopo.
Quando la guida araba entrò nella tenda, Stefano stava esaurendo il contenuto dell’ultima borraccia d’acqua potabile.
«A cinque chilometri da qui c’è un’epidemia di Ebola» scriveva Stefano a Giacomo utilizzando il suo pc portatile connesso ad internet con una chiavetta. «Come mi avevi ordinato non sono in contatto con nessuno che non sia del luogo. L’unico che parla inglese è Muhammad, la guida. Siamo circondati dai guerriglieri. Non so per quanto tempo riuscirò a comunicare. L’acqua si sta esaurendo. Mai come stavolta hai messo la mia vita in pericolo. E per cosa poi? Non posso vivere al tuo posto! Nessuno può farlo! Se mi succedesse qualcosa, racconta tutto a Donatella e dille che l’amo. Non le ho mai detto del nostro Patto: non volevo coinvolgerla. Lei crede che sia a fare il mio solito master aziendale in Inghilterra. Sta entrando qualcuno…Aiuto! Chiama il Ministero degli Esteri. Chiama qualcuno. Subito!»
«Cosa stai leggendo?» Donatella si avvicinò a Giacomo chino sul computer portatile che riusciva a comandare con un movimento dell’occhio.
«Niente» rispose «Sto correggendo le ultime battute del mio nuovo libro» e, con un velocissimo copia e incolla, estrapolò qualche frase dalla mail, nascondendo il nome del mittente.
«Siamo circondati dai guerriglieri…» lesse Donatella. «E’ fantastico come tu riesca sempre a rendere queste immagini e queste atmosfere senza averle vissute in prima persona. Ma come fai? »
Giacomo volse il volto deformato verso di lei. «Fantasia», rispose, con voce un po’ metallica.
«Me lo diceva sempre Stefano che a scuola eri molto bravo, che le insegnanti delle altre classi volevano leggere i tuoi temi»
«Troppo buono, Stefano. A proposito, dov’è?» Giacomo spense il computer con un battito di ciglia.
«In Inghilterra, al suo solito master. Prima di partire mi ha raccomandato di venirti a trovare almeno una volta alla settimana, come fa sempre lui. Sai quanto ci tiene a te.» Donatella gli mise una mano sulla spalla. «D’altronde non ha bisogno di dirmelo. Se non ci fosse lui ci sarei sempre io a prendermi cura di te.»
Da un angolo della bocca di Giacomo partì un sorriso luciferino.
«Scusa un attimo» le disse mentre con un altro comando si spostava in un’altra sala.
Riaccese il computer dove comparve una scritta disperata: «Aiutami Giacomo! Rispondimi. Sento esplodere bombe, stanno per venirci a prendere. Ho paura! NON MI DELUDERE. »
Con il comando dell’occhio iniziò a digitare la mail:«No, che non ti deludo. Avevi espresso il desiderio che questo fosse il tuo ultimo viaggio no? E io ti esaudisco. Fino in fondo rispetto il nostro Patto»
“Sento esplodere bombe, stanno per venirci a prendere. Ho paura! Non mi deludere! FINE”
«Bellissimo finale!» esclamò ammirata Donatella riempiendogli il boccale di birra scura.
«Salute!» brindò Giacomo.
Giusy Càfari Panìco

venerdì 30 luglio 2010
Il mio Abruzzo...
Alla ricerca delle mie radici sto per tornare nell'Abruzzo dei miei nonni.
Ad accendere una candela davanti alla tomba di San Tommaso Apostolo ad Ortona, come ho promesso al "Milionario". E a mio nonno Giuseppe.
A cantare ancora Vola vola vola... come facevo con la mia avventurosa nonna Ada.
La stessa che sto cercando di riavvicinare a me con la scrittura...
Grazie di cuore alla persona a me molto cara che li sta conoscendo entrambi attraverso le mie parole.
Questa è la versione moderna di Vola Vola Vola, l'inno dell'Abruzzo, composto ad Ortona negli anni 20, cantato da Francesco De Gregori, che ha, come me, lontane origini sannite.
Ad accendere una candela davanti alla tomba di San Tommaso Apostolo ad Ortona, come ho promesso al "Milionario". E a mio nonno Giuseppe.
A cantare ancora Vola vola vola... come facevo con la mia avventurosa nonna Ada.
La stessa che sto cercando di riavvicinare a me con la scrittura...
Grazie di cuore alla persona a me molto cara che li sta conoscendo entrambi attraverso le mie parole.
Questa è la versione moderna di Vola Vola Vola, l'inno dell'Abruzzo, composto ad Ortona negli anni 20, cantato da Francesco De Gregori, che ha, come me, lontane origini sannite.
domenica 25 luglio 2010
Volatori Rapidi sul quotidiano Libertà

Da oggi 24 luglio e per tutto il mese di Agosto a cadenza bisettimanale il quotidiano Libertà di Piacenza, per la terza estate consecutiva, pubblicherà una serie di racconti inediti dei Volatori Rapidi.
Quest'anno il tema è "Viaggio in Libertà".
Ad aprire le danze il racconto "Warren Biker" del mio caro amico Federico Puorro, il nostro "Volattore" (oltre a scrivere è anche attore comico :ha partecipato a trasmissioni televisive su Canale 5, al laboratorio Zelig 2010 a Piacenza e si esibisce in spettacoli per adulti e bambini anche in qualità di clown ed recita - in veste anche drammatica - in commedie e pièce teatrali in lingua e dialetto)
Seguiranno gli altri Volatori e Volatrici, compresa la sottoscritta.
I Volatori sono tornati!!!
Leggeteci ( se volete, eh?).
lunedì 19 luglio 2010
lunedì 12 luglio 2010
Mark Knopfler - Lucca- 10 luglio 2010

Finalmente sono riuscita a vedere Mark Knopfler dal vivo! E' il mio idolo fin da quando ero ragazzina. Fin da quando era nei Dire Straits. Le sue canzoni mi hanno accompagnato nei momenti tristi e anche in quelli felici della mia vita. Ogni nota, ogni straordinario tocco della sua chitarra mi ricorda qualcosa di importante. Riporto qui un brano ispirato ad una sua famosa canzone "So far away" con cui ho vinto una maratona di scrittura e che mi ha portato alla finale nazionale di Ravello del concorso Volo Rapido 2008. Così oltre ai miei volatori piacentini, compagni di penna e di vita, ho potuto conoscere quelli che sarebbero diventati oltre che colleghi aspiranti scrittori anche grandi amici: Emy, Anna, Luisella, Simone, Francesco, Fabrizio, Gianluca, Enrico... solo per citarne alcuni. Da ragazzina scrivevo per la fanzine "Solid Rock" e per i "knopfleriani". Molti si chiedono cosa ci trovi in quest'uomo non giovanissimo e nemmeno bello, molto schivo, fuori dallo star system e dai suoi scandali. Io rispondo così: l'anima. Quella che io avverto nelle sue canzoni e nella sua musica. In quel tocco che io riconosco immediatamente tra mille.
Avere un idolo è come vivere una grande storia d'amore, in fondo, no? E poi ho avuto occasione di visitare una bellissima città come Lucca, dove si teneva il concerto e incontrare persone...stupende, che saluto con immenso affetto.
"So far away from me” ( Volo Rapido 2008)
L’alba. L’ora del giorno che più mi piace, che più mi si addice.
Come il suo colore.
Che è quello del tempo, dell’indefinito, del blu che va a passeggio tra le nuvole rosse.
E’ come una nota musicale, una corda di violino tesa in un accordo diverso dal carattere gioioso di un Do o di un Fa, o giovane e squillante di un Sol. E’ un Si minore, una sfumatura di malinconia persa in un sorriso.
Forse la malinconia di Dio.
E’ in quest’ora che ritrovo me stessa e il mio corpo
L ’ultravioletto penetra le mie carni senza bruciarle. E io corro, corro libera.
Le mie gambe dapprima sembrano incollate al terreno, contratte dalla fatica, poi improvvisamente volano… e decollano nel cielo assieme alla mia mente.
<< So far away from me…>> canta Mark Knopfler dei Dire Straits nel mio i-pod, e io penso sempre a te in questo punto del parco, a te che sei lontano.
E corro sempre più forte, pensando di inseguirti e di raggiungerti, finalmente.
Ma ieri sera mi hai mandato quel messaggio.
Mia madre mi ha tenuto stretta tra le braccia tutta la notte e mi ha lasciato piangere.
Non volevo nemmeno andare a lavorare, ma invece sono venuta persino a correre.
Stavolta a correre lontano da te.
Non è giusto però scappare. Mai.
E così eccomi seduta su questa panchina.
Come nel Truman Show sfilano tutti i miei compagni di strada: cani, atleti, vecchi patetici con le loro tute colorate, donne vagamente anoressiche, donne evidentemente bulimiche. Sembra che tutti rincorrano qualcuno o scappino da qualcosa.
La forma fisica è solo un pretesto.
E queste nuvole…
Scorrono sopra la mia testa, la stessa testa che fino a ieri aveva in mente solo te.
C’è la solita coppia di fidanzatini. Splendono come pianeti benevoli di un oroscopo fortunato.
Tutti al loro passaggio riflettono il loro amore, come satelliti invidiosi.
E anch’io oggi sono una luna acida e stizzita.
Ma ecco, il colore del cielo sta cambiando. Gli uccelli spaventati emettono suoni striduli.
Il grigio cupo minaccia pioggia, e il silenzio cala sulla coppia.
Eccoli ora i due, immobili e ostili.
Non è piovuto, e sono ancora qui, sulla panchina.
Tra pochi minuti devo tornare al mio lavoro, quel lavoro per cui siamo così lontani, uomo della mia vita.
I due ragazzi ora si stanno baciando: non si sono lasciati, anzi orbitano l’uno intorno all’altra come stelle gemelle.
Il mutare repentino del tempo e dei loro sentimenti però ha commosso nel profondo il mio spirito. E mi fa sperare.
Forse tornerai.
Forse potrò tornare a correre e a inseguirti “…. So far away from me”.
(GCP)
Ai più affezionati lettori del mio blog...
Ciao amici!
Quando ho creato questo piccolo blog pensavo sinceramente che nessuno ci sarebbe mai "venuto", come si dice in gergo. Nel frattempo ero entrata in facebook, un social network di gran moda e sono entrata nel circuito e nella sua piccola droga. Ho pensato che chi era interessato a me e alle mie vicende letterarie e non lo avrebbe fatto lì e che questo sarebbe diventato un luogo residuale.
Uno spazio dove potevo comunicare liberamente come a me stessa, tanto...
Invece... ho scoperto che c'è qualcuno che mi legge! Con mia grande sorpresa, più di uno. Anzi... devo dire, e non me ne vogliano gli amici di facebook, che quelli che arrivano qui sono... i più speciali. Quelli a cui tengo di più.
Ne cito uno per tutti: Don Luigi della parrocchia di Sant'Anna che mi vuole bene anche se sono poco o per nulla praticante!
Degli altri non faccio i nomi perché lo sanno.
Sì, hai capito bene, ad esempio tu...sei proprio tu ;-)!! Un lettore Vip ;-)!
Grazie di essere presenti nella mia vita anche in questo modo così strano creato dalla tecnologia.
Ho deciso che scriverò più spesso, vi farò maggiormente partecipi anche per sentirvi io stessa più vicini a me.
Ho appena passato un bellissimo week end dopo un giugnio non troppo bello, anche per motivi di salute, ma non solo. Uno di quei periodi senza bussola in cui ogni tanto forse tutti si ritrovano.
E invece questo luglio si è aperto così bene. Ho rivisto vecchi amici con una gioia spero reciproca che ha sorpreso anche me.
L'altro ieri ero nella bellissima Lucca per vedere il concerto di Mark Knopfler, ma vi rimando al post che scriverò nei prossimi giorni, perché, davvero, nella vita di ognuno di noi c'è una colonna sonora. E la mia è... la sua.
Ho riflettuto molto su questo week end. Penso che sia bello e doveroso nei riguardi della vita assaporare anche i piccoli momenti sereni e ...sorridenti, senza porsi troppi problemi.
E a non perdere di vista, in qualunque veste, le persone che sentiamo essere positive per noi, quelle con cui ti senti bene.
Ciao Giusynauti, ciao miei cari lettori vip.
Questo piccolo spicchio di web è per voi.
Un abbraccio.
Quando ho creato questo piccolo blog pensavo sinceramente che nessuno ci sarebbe mai "venuto", come si dice in gergo. Nel frattempo ero entrata in facebook, un social network di gran moda e sono entrata nel circuito e nella sua piccola droga. Ho pensato che chi era interessato a me e alle mie vicende letterarie e non lo avrebbe fatto lì e che questo sarebbe diventato un luogo residuale.
Uno spazio dove potevo comunicare liberamente come a me stessa, tanto...
Invece... ho scoperto che c'è qualcuno che mi legge! Con mia grande sorpresa, più di uno. Anzi... devo dire, e non me ne vogliano gli amici di facebook, che quelli che arrivano qui sono... i più speciali. Quelli a cui tengo di più.
Ne cito uno per tutti: Don Luigi della parrocchia di Sant'Anna che mi vuole bene anche se sono poco o per nulla praticante!
Degli altri non faccio i nomi perché lo sanno.
Sì, hai capito bene, ad esempio tu...sei proprio tu ;-)!! Un lettore Vip ;-)!
Grazie di essere presenti nella mia vita anche in questo modo così strano creato dalla tecnologia.
Ho deciso che scriverò più spesso, vi farò maggiormente partecipi anche per sentirvi io stessa più vicini a me.
Ho appena passato un bellissimo week end dopo un giugnio non troppo bello, anche per motivi di salute, ma non solo. Uno di quei periodi senza bussola in cui ogni tanto forse tutti si ritrovano.
E invece questo luglio si è aperto così bene. Ho rivisto vecchi amici con una gioia spero reciproca che ha sorpreso anche me.
L'altro ieri ero nella bellissima Lucca per vedere il concerto di Mark Knopfler, ma vi rimando al post che scriverò nei prossimi giorni, perché, davvero, nella vita di ognuno di noi c'è una colonna sonora. E la mia è... la sua.
Ho riflettuto molto su questo week end. Penso che sia bello e doveroso nei riguardi della vita assaporare anche i piccoli momenti sereni e ...sorridenti, senza porsi troppi problemi.
E a non perdere di vista, in qualunque veste, le persone che sentiamo essere positive per noi, quelle con cui ti senti bene.
Ciao Giusynauti, ciao miei cari lettori vip.
Questo piccolo spicchio di web è per voi.
Un abbraccio.
mercoledì 7 luglio 2010
Notte Rosa 2010

Anche quest'anno ho avuto l'onore di partecipare alla Notte Rosa, il capodanno dell'estate della Romagna, manifestazione che ogni anno richiama oltre un milione di persone da tutto il mondo.
Stesso luogo dell'anno scorso: la splendida Piazzetta del Tramonto di Cattolica.
L'anno scorso presentavo il mio libro di poesie, quest'anno ho partecipato in qualità di ospite/lettrice.
Ancora una volta il mio ringraziamento va all'Associazione Pegasus di Cattolica, di cui faccio parte da un anno con grande entusiasmo e al suo vulcanico, geniale, fantastico presidente: lo scrittore poeta organizzatore presentatore Roberto Sarra.
Una figura di spicco nel nostro panorama italiano, autore di due libri di valore quali Semplicemente Donne e Sguardi di Innocenza, fresco vincitore del premio Molinello. Un tornado, un grande creatore di eventi. Un privilegio poter lavorare con lui.
Protagoniste di questo talk show letterario erano cinque splendide scrittrici e poetesse, alcune delle quali hanno brillato nel Premio Internazionale Città di Cattolica, di cui sono giurata.
La prima a salire sul palco è stata Giuliana Colella, abruzzese di Pescara, grande penna e bravissima giallista. Ho avuto l'onore di leggere brani dal suo libro Donne in Giallo, dove rivela una capacità di introspezione psicologica notevole e uno stile da Scerbanenco in gonnella.
Per seconda Sara Cordone, poetessa spezzina residente a Brescia con il suo volume " E inseguo la tua voce". Notevole la sua preparazione e la sua cultura filosofica. Tracce della sua passione per Kant e Heidegger ci sono nella sua sensibilità poetica originalissima.
A seguire Nicoletta Di Gregorio, Presidente delle Edizioni Tracce e ell’Associazione Editori Abruzze che ha presentato il suo libro “Il respiro dell’ametista". Una donna di grande personalità e di altrettanto grande talento.
Ecco poi la carissima Daniela Quieti, squisita poetessa e anche cara amica... indovinate di quale luogo? L'Abruzzo e Pescara!!

Molto interessante la sua raccolta di poesie "Uno squarcio di sogno", dal titolo bellissimo e suggestivo, come le liriche testimonianza di una sensibilità e di una delicatezza fuori dal comune.
A conclusione Lisa Soliman, di Legnago. Una vicenda originale l'ha portata a scrivere un romanzo ispirato all'infanzia "Nebulia", atmnosfere magiche e incantate per il suo libro d'esordio. Molto simpatica!

Ed ecco una delle "Signore" della letteratura italiana: Nicla Morletti.
Madrina e organizzatrice del prestigiosissimo premio Molinello, titolare del più prestigioso portale web di letteratura italiana "Manuale di Mari", scrittrice di grande livello, organizzatrice di eventi, critico letterario. Una Donna con la D maiuscola davvero. Ma anche una persona squisita, alla mano. Un onore averla conosciuta

Spazio anche a Paola di Capua scrittrice e cantautrice con i suoi interventi musicali.
Una splendida serata. Folto il pubblico, grande attenzione per un evento unico nella manifestazione più gioiosa dell'estate.
Grazie Cattolica, grazie Pegasus, grazie alle fantastiche donne che ho ritrovato e che ho conosciuto.
E come al solito grazie a Roberto e alla sua bellissima famiglia!
venerdì 2 luglio 2010
Notte Rosa 2010
sabato 19 giugno 2010
TROFEO VIA FRANCIGENA 2010 PER I VOLATORI RAPIDI


Grazie al mio grande amico Henry Ottavio Torresendi per essere andato a ritirare questo premio così inportante a Filetto di Villafranca Lunigiana in una giornata così invernale, sfidando le intemperie.
Purtroppo non ho potuto presenziare a causa di un'influenza che mi trascino da due settimane.
Grazie di cuore Ottavio!
giovedì 10 giugno 2010
Scuola Elementare di Quarto

Il 28 maggio sono stata ospite della scuola elementare di Quarto.
Mi hanno accolta ben 80 bambini con le loro maestre.
E' stata una delle mattine più serene e felici degli ultimi anni. E' difficile da spiegare, ma venire a contatto con un mondo così pulito mi ha fatto bene.
Sono stata con loro tutta la mattina e ho fatto quello che più mi piace fare, raccontare storie, le mie.
Un saluto particolare a maestra Lisa e a Talpa, l'amica immaginaria a cui tutti i bambini scrivono letterine imbucandole in una vera cassetta postale e ricevendo risposte nei luoghi più impensati. Anche lei è una scrittrice ed è fidanzata con Furetto e ho promesso di intrattenere anch'io una corrispondenza con lei.
Grazie grazie bimbi!! Tornerò a Natale, ve l'ho promesso!
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